uno cinque due due

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Il giorno della cosiddetta "Festa della donna" -è risaputo- si celebra per ricordare un episodio luttuoso: la morte di moltissime donne, durante un incendio che le colse, rinchiuse a forza, in grande laboratorio di New York.

Pertanto non vi è nulla da "festeggiare", ma piuttosto molto da ricordare e da riflettere. In questa linea di pensiero, non dando spazio a mimose o omaggi -talvolta ipocriti, spesso falsi-, il Circolo Daunia ha ospitato la sera del 7 Marzo u.s. le performances della Compagnia dell'associazione ScenAperta, in uno spettacolo intitolato "Uno cinque due due", il numero attivato dal Dipartimento per le Pari Opportunità, messo a disposizione delle donne fatte oggetto di vessazioni e violenze, all'interno della famiglia e nella società.

Il tema dello spettacolo sono il femminicidio e la violenza di genere sulle donne, trattati secondo la tecnica del "teatro di narrazione", che immerge didascalicamente gli spettatori nelle vicende trattate, consentendo loro una partecipazione emotiva chiara e diretta.

Si parlava di performances, in quattro momenti, con un filo conduttore comune: la violenza esercitata sulle donne.

Nel primo momento, "La sindrome di Otello", è stato messo in scena il famoso episodio dell'assassinio di Desdemona: un episodio "classico", frequentemente utilizzato più per fissare un esempio di gelosia esasperata che per mettere in risalto la violenza su una donna. D'altra parte le tragedie in genere sono ricche di violenze e sopraffazioni, e quelle di Shakespeare non sfuggono a questa tendenza: era violento Otello, così come Lady Macbeth, i consanguinei di Re Lear e i parenti di Romeo e Giulietta. Dunque un episodio utile per introdurre l'argomento, ma meno incisivo in quanto culturalmente "metabolizzato".

Nel secondo, "Scarpette rosse", vengono narrati alcuni episodi di violenza che hanno portato alla morte delle donne, ad opera dei loro mariti, compagni, fidanzati: una carrellata crudele, interpretata con passione dalle artiste succedutesi sul palco. Il titolo dato a questo secondo momento narrativo può sembrare in contrasto, con il suo colore acceso e solare, con il buio della violenza: le "scarpette rosse" sono state invece elevate a simbolo di quanto rimane delle donne che hanno subito violenza, cancellate nella loro dignità e nella loro vita.

Nel terzo, "Violate", vengono narrati alcuni episodi di violenza sessuale esercitati sulle donne, in ambito domestico, sui luoghi di lavoro, in momenti di vita quotidiana, in obbedienza a tradizioni tribali, che non farebbero mai pensare a risvolti così crudeli ed inumani.

Infine nel quarto, "Non chiamatelo amore", l'attrice Pina Sfortunio, autrice tra l'altro dei testi presentati durante lo spettacolo, introduce il pubblico a momenti di vita familiare che sfociano, quasi inevitabilmente nella violenza, quando da un lato c'è una donna e dall'altro appunto un maschio -non un uomo- violento. Il testo di quest'ultimo momento fa riflettere, oltre che per l'elencazione delle violenze, palesi e non, subite dalla donna, soprattutto perché in alcuni tratti fa capire quanto sia radicato nella società in genere, e non soltanto nei maschi, il concetto di sudditanza della donna: la figura della "suocera", nei suoi comportamenti e nel suo contrasto con la "nuora", richiama gli schemi soliti, in quanto è nella famiglia che si annida il seme della violenza, troppe volte tollerata da mogli, madri, figlie, per convenzioni sociali e per tremende abitudini.

Lo spettacolo ha avuto termine con un monologo al maschile (chi scrive ritiene che il protagonista, più che parlare di se stesso come "uomo" dovrebbe più verosimilmente definirsi "maschio", con una accezione del termine priva di quei complementi che fanno di un "maschio" un "uomo") e un coro liberatorio di donne, tutte le artiste che brillantemente hanno affrontato questa prova di sensibilizzazione. Ad esse, e al direttore Tonio Sereno, sono andati il plauso e gli applausi del pubblico.

La cornice dello spettacolo, il Salone delle Feste del Circolo Daunia, e altri locali del Circolo sono stati impreziositi dalle foto d'arte di Anna Maria Salvatore, nell'ambito di una personale intitolata "Gratia Plena": ritratti di donne, di momenti e sprazzi di donne, coinvolgenti e capaci di far riflettere sulle sfumature che l'universo femminile è in grado di evidenziare e di far vivere. Suggestive le immagini, ed evidente la personalità artistica e tecnica della fotografa.

 

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